L’addio di Roberto Vannacci alla Lega apre una fase nuova nella destra italiana: rischi, opportunità e l’analisi di Giordano Bruno Guerri.
«Sto festeggiando e non ho dubbi. L’abbandono della Lega da parte di Roberto Vannacci è un fatto molto positivo». Giordano Bruno Guerri non usa mezzi termini. Per lo storico (uomo notoriamente di destra, la nascita di Futuro nazionale, la nuova creatura politica del generale autore de Il mondo al contrario, non è un incidente di percorso ma un chiarimento. Di quelli che, nel medio periodo, possono fare bene anche a chi oggi governa.
La rottura tra Vannacci e la Lega di Matteo Salvini non è stata un lungo addio. Piuttosto un distacco secco, che però lascia strascichi e interrogativi. Il primo riguarda Giorgia Meloni: perderà consensi sul piano elettorale? O, paradossalmente, potrà trarne vantaggio?
Secondo Guerri, il generale ha scelto «questo momento per suonare la sveglia alla Lega, che ha tradito i loro patti e si è mostrata prona ai voleri moderati del governo». L’obiettivo è chiaro: presentarsi alle elezioni del 2027 con «un programma non conservatore ma reazionario». Un progetto che, nelle stime dello storico, potrebbe valere un 3 per cento: abbastanza per sottrarre voti alla Lega e una quota minore a Fratelli d’Italia, ma non sufficiente a cambiare la guida del campo.
Il punto, per Guerri, è che «è un rischio da correre». Meloni, descritta come «dura e determinata», potrebbe rafforzarsi proprio grazie a questo scarto. Liberata dalla zavorra più radicale, la leader di FdI avrebbe spazio per consolidare una linea più moderata ed europeista, con un benefico e benigno spostamento al centro.
In quest’ottica, non sorprende che lo sguardo futuro non sia rivolto al partito vannacciano. «FdI potrebbe allearsi con il neonato partito di Vannacci? Non credo», osserva Guerri. La distanza non è solo tattica ma culturale. Il generale guarda a una destra sovranista, vicina ai modelli americani più duri e ad alcune forze reazionarie oggi in forte crescita in Europa. Un orizzonte incompatibile con la strategia di governo.
Vannacci tenta inoltre di replicare l’operazione che portò Meloni alla vittoria nel 2022: proporsi come collettore della scontentezza e della delusione del Paese. Ma i contenuti segnano una frattura profonda. Dalla remigrazione al rifiuto della parità di genere, fino alla contrarietà al Mercosur, «uno dei più importanti accordi commerciali mai realizzati».
Salvini ha parlato di tradimento. Una definizione che Guerri respinge: «Quella del tradimento non è una categoria che si possa usare in politica». Il paragone storico è netto: Mussolini lasciò i socialisti perché con loro non avrebbe mai conquistato il potere. In questo senso, Vannacci è piuttosto un “disertore”, «un soldato che dà vita a un nuovo esercito per svolgere la parte che più gli è consona».
Resta però un errore politico evidente: l’aver accreditato il generale come erede di Giordano Bruno o di Gabriele D’Annunzio. «Un paragone ridicolo e storicamente infondato», taglia corto Guerri. Il filosofo combatteva l’ignoranza del suo tempo; il generale, al contrario, «avvalora i pregiudizi della nostra epoca».
Quanto a D’Annunzio, di cui Guerri è noto biografo, il confronto non regge: «Durante l’impresa di Fiume sosteneva il suffragio femminile, la parità dei diritti, il divorzio, il multilinguismo, una società aperta. Lasciamo perdere ogni parallelo: è anche una questione di qualità intellettuale».
In definitiva, l’uscita di Vannacci dalla Lega non è una scissione qualunque. È una linea di confine. E per la destra al governo potrebbe trasformarsi in un’occasione: chiarire definitivamente chi vuole parlare al centro del Paese e chi preferisce restare ai margini, urlando più forte.
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