L’ennesima aggressione nei confronti del personale sanitario: una categoria che non ce la fa più e lamenta l’assenza dello Stato
“Ormai siamo di fronte ad una vera e propria escalation che va fermata, non possiamo andare avanti così o chiuderemo i Pronto soccorso d’Italia”. È questo l’allarme che viene lanciato da Giuseppe Pasqualone, Direttore generale del Policlinico Riuniti Foggia all’Adnkronos Salute di fronte all’ennesimo episodio di violenza registrato nel nosocomio pugliese.
Tre in pochissimi giorni, il più eclatante, quello che si è svolto dopo il decesso nel corso di un intervento di una 23enne di Cerignola che ha visto un vero e proprio raid punitivo organizzato dalla famiglia nei confronti di medici, infermieri e tutto il personale sanitario.
Sarebbe stato un vero e proprio pestaggio quello che la famiglia della 23enne deceduta ha messo in atto contro i medici, gli anestesisti ed il personale sanitario che quel giorno era al lavoro nell’ospedale pugliese. Le immagini diffuse non mentono: i sanitari si sono dovuti “rifugiare” dentro una stanza del nosocomio per difendersi.
È un grido di dolore e di sofferenza, oltre che di disperazione, quello che arriva dalla categoria dei lavoratori in ospedale, continuamente vessati e costretti a difendersi da aggressioni. “La misura è colma – ha detto Salvatore Onorati, segretario generale della locale Federazione Italiana Medici di Medicina Generale – Quelle immagini sono il simbolo di una categoria che non ce la fa più. 68mila aggressioni sono numeri da guerra”.
Onorati non ha usato mezzi termini: ha spiegato che in un raid come quello organizzato al Policlinico Riuniti di Foggia è il simbolo che la folla diventa giudice e boia e questo significa una sola cosa: che lo Stato è completamente assente.
“Lo Stato deve farsi presente – ha tuonato ancora Onorati – per questo ho fatto la proposta di un’ora di astensione dal lavoro, non servirà a nulla ma è un atto simbolico”.
A “Mattino Cinque News” ha parlato la sorella della ragazza morta nel corso dell’intervento fornendo la sua personale versione dei fatti. Ha ammesso che i familiari hanno perso la lucidità in quanto la ragazza stava bene quando è entrata in sala operatoria ma ha anche accusato il personale sanitario di aver “premeditato tutto”.
“La polizia (chiamata dal personale medico) dava i pugni e diceva: ‘Aprite, siamo la polizia’ – ha raccontato la donna – Loro erano impauriti? Noi non abbiamo fatto niente, finché non siamo saliti con la polizia e siamo entrati con loro. Lì abbiamo perso la pazienza: è successo qualcosa lì dentro e spero che avremo le nostre ragioni” smentendo che il gruppo dei familiari fosse composto da una 50ina di persone, al massimo 20, di cui molte donne e bambini.
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